Il libro del Talento!

Quanto può incidere ciascuno di noi nel determinare il successo o l’insuccesso della propria vita? E come mai talvolta siamo delusi e insoddisfatti, nonostante i risultati professionali e personali che abbiamo raggiunto?

“Il libro del Talento” di Cristiano Ghibaudo, edito Sonda Edizioni, è una guida per rispondere a queste domande: un percorso letterario-formativo di crescita personale e professionale per scoprire e valorizzare il proprio talento e quello degli altri. Per diventare donne e uomini di successo, ma anche di valore.

466_p

La Trama

Una favola con protagonista una rana, Lara, alle prese con l’infelicità e la frustrazione che stanno soffocando la vita nello stagno in cui abita con le compagne. Attraverso le loro avventure, l’autore esplora significati e implicazioni del talento, offrendo ai lettori un bel po’ di spunti per avviare una riflessione personale e per individuare e coltivare i propri talenti e quelli delle persone che ci vivono accanto (partner, figli, amici e familiari), ma anche quelli di coloro che lavorano con noi e per noi (studenti, colleghi e collaboratori). Uno strumento per diventare esploratori di se stessi, per scoprire la vera natura di quel bene prezioso che sta nel profondo di sé: un dono da coltivare in ogni stagione della vita.

L’autore

Formatore e coach, da anni si occupa di comunicazione, formazione manageriale, orientamento e lavoro in team. Ha progettato e realizzato percorsi di formazione e sviluppo per imprenditori, manager, primi livelli, professional, impiegati, operai, commerciali, educatori, formatori, insegnanti e sportivi utilizzando metodologie attive e action learning. Collabora con aziende e organizzazioni in tutta Italia ed è ideatore de ilmetodoLara® e di una serie di percorsi formativi per giovani e adulti finalizzati allo sviluppo delle soft skills personali e alla valorizzazione dei talenti.

 

Il successo: in che senso?

Honoré de Balzac, nel 1838, scriveva: “È il successo che fa il grande uomo”. Ma oggi il “successo”, il “realizzarsi”, significa solo avere un bel lavoro e guadagnare tanti soldi? Davvero si riduce tutto solo a questo?

La società ci impone degli stereotipi surreali dove l’uomo di successo è colui che vediamo a capo di grandi imprese oppure è semplicemente il conduttore del momento, l’attore affermato, la cantante famosa o la show girl piú paparazzata.
Per quest’ultima, si dice che: Chi ha piú scheletri dentro l’armadio, deve assolutamente tirarli fuori per rimanere sulla cresta dell’onda.
Il successo, in questo caso, viene inteso come una banalizzazione della propria privacy.
Basta vedere tutte quelle “it-girl” dal pancione in mostra, dove si stenta a capire chi è il padre e se riconoscerà il bambino.

Forse saró troppo “brontolona”, ma non mi ritrovo nelle aspettative della societá che, inevitabilmente, si stanno insinuando nelle menti delle nuove generazioni, influenzandoli.

Una cosa che mi piace fare è dedicarmi all’ascolto.
Quando cammino, quando prendo i mezzi pubblici.
Una volta, ero sull’autobus e due ragazze parlavano tra di loro.
Sembravano una l’antitesi dell’altra.
La prima, totalmente viziata da chissá quale padre di “successo”, la seconda, molto umile e pacata.
Mi ha colpito molto quando la prima le chiese che lavoro facesse il padre e la seconda cercasse di trovare tutti i termini piú ricercati per cercare di abbellire la mansione che svolgeva il padre.

“Mio padre salva la vita alle persone…”
“Ah, è un medico percaso?”
“No”
“Ma almeno ha una divisa?”
“Si, fa il poliziotto..”
“Ah, pensavo qualcosa di piú… Tipo un primario..”

Sono rimasta stupita da quelle parole.
Cosi piccole e giá pensano di sapere cosa sia realmente “di successo”.
Bisogna imparare a capire che l’uomo di successo puó essere anche lo spazzino che tiene la nostra zona pulita, proprio perchè magari si sente realizzato.
Dobbiamo imparare a capire che il successo non và di pari passo con i soldi, ma con la realizzazione personale.

Le persone che per noi sono “di successo” o “da stimare”, non sempre devono appartenere al mondo dello spettacolo o al grande universo delle “super-impese”.
Non sempre devono indossare una divisa e dirigere un reparto ospedaliero e non solo.
Potrebbero essere i nostri genitori che ci hanno cresciuto o quell’insegnante che, mentre spiega ai suoi alunni, ha gli occhi colmi di emozione come se fosse la prima volta.

Perchè arrivare a formulare un pensiero del genere?
Perchè oggi preferiamo pensare di “essere importanti”.
Vogliamo ambire ad un bel posto di lavoro, dove possiamo essere serviti e riveriti, mentre guadagniamo molto.
L’idea di fare un lavoro modesto (ma importante!) proprio perchè noi lo riteniamo tale è sparita.
Basta pensare ad un pompiere che non finisce in prima serata dentro qualche talk show, ma quando c’è da spegnere un incendio, per me è lui la persona da stimare realmente.
Come tutte quelle persone che vanno ad aiutare il prossimo, senza minimamente pensare ad un vantaggio personale.

L’insegnamento che mi porto dentro è semplice quanto banale e inflazionato: essere se stessi.
Senza sovrastrutture, senza maschere, senza interpretare la parte di un altro che non siete voi. Questa vita è già difficile metterla in scena così, se vi affannate a cercare di essere ciò che non siete, fate il doppio della fatica!

Miriam