Lettera a mia figlia…

4 mesi di nausea. 1 mese a letto con la paura di perderti. Settimane interminabili a combattere tra sciatica, bruciori di stomaco e mal di schiena. 9 mesi di stanchezza e di frequente bisogno di andare al bagno. 3 mesi di dormite a intermittenza. 4 notti e 5 giorni di ricovero per donarti una speranza in più di poter crescere ancora un po’ dentro la mia pancia. 

Diciamo che la gravidanza non è proprio una passeggiata, ma per me è stata una bellissima esperienza. Da quando ti ho scoperto non mi sento più sola. Ho passato 9 mesi ad immaginare il tuo viso e a fantasticare sulla nostra vita insieme. Adesso che manca veramente poco alla tua nascita e potrebbe trattarsi di pochi giorni o settimane… Mi rendo conto che la vita “intra uterina” è stata un piccolo preludio per farmi realizzare che stavo diventando mamma e con questo pensiero mi hai fatto crescere e maturare. La gravidanza non è stata tutte rose e fiori, ma mi ha fatto capire che tu sei la mia piccola leonessa e che una mamma deve tirare fuori le palle e la grinta per proteggere i propri piccoli. Io con te l’ho fatto e lo farò sempre, rinunciando a tutto e a tutti. La nostra vita sta cominciando ora e non sai quanto sono felice di poterla condividere con te che senza saperlo mi hai cambiata. Ti amo Fagiolina!


+36 settimane

Uno sguardo al passato

So che la vita non è una fiaba. Ci mette davanti a degli ostacoli, delle situazioni difficili. Io, sinceramente, non so come faccio a reggere questo peso. E non parlo della scuola, magari fosse quello il problema. Ho solo sedici anni e Dio mi ha messo davanti un ostacolo troppo grande per una bambina come me. Troppo rischioso e doloroso. Mi ha fatto conoscere un male che ti rende impotente e che porta via la terra che si ha sotto i piedi. Mi stava per portare via te, nonna. All’incirca 6 mesi fa. Era il 25 agosto 2009 quando lo abbiamo scoperto e ancora non sapevamo a che cosa andavamo incontro. Non c’era luce. La speranza era sbiadita, perduta. Mi domandavo spesso dove fosse finito l’Onnipotente. Io, tanto religiosa, cercavo di aggrapparmi a lui per non cadere. Poi si è fatto vivo. Iniziarono ad arrivare riscontri “positivi” tra analisi, chemio e le varie conseguenze che questa terapia comportava. Si salverà, in un modo o in un altro. Il ricovero, l’operazione, la rinascita. O almeno così doveva essere l’ultima tappa. Peccato che questa rinascita non c’è stata e mia nonna, seppur salva, si è chiusa nel suo dolore di una femminilità negata. Lo sguardo spento, la parrucca di cui si preoccupava tanto, il formicolio alle mani, etc. Dove sei finita, nonna? Mi manca quello che eri! Non trovo sfogo e piango. Ti donerei i miei di capelli e già che ci sono anche il sorriso. Nonna tirati su, giuro che sei bellissima. Nonna ce la faremo. Nonna ti amo. Le cose non cambiano, continui a chiuderti anche con noi e io sto sempre più male. Non mi va di andare a scuola, di mangiare, di vivere. Il mio dolore nasce dal fatto che pensavo andasse tutto diversamente. Pensavo che una volta operata saresti tornata la nonna di sempre. Invece mi sono ritrovata davanti ad una triste realtà: di mia nonna era rimasto solo un vuoto involucro.

Ciao a tutti cari lettori,
ho trovato questo foglio in uno di quei cassetti che mi ero promessa di non aprire. Ero una bambina che aveva appena scoperto la potenza del dolore e il sottile confine tra la vita e la morte. Sono passati cinque lunghi anni. Nonna è ancora accanto a me con più luce di prima. Il buio è stato allontanato. Il dolore sparito. Mia nonna è tornata. In cinque anni di alti e bassi ho imparato a rialzarmi dopo ogni caduta. Grazie a questi insegnamenti dettati da mia madre e mio padre ho imparato a vivere, ma soprattutto a gestire ogni tipo di male. Nessun dolore deve portare all’annientamento della persona. Io, questo, a sedici anni ancora non lo avevo capito. Ora, a 21 anni, non mi abbatto mai di fronte a niente e, soprattutto, affronto la vita con forza, quella che non è mai mancata a mia nonna.

Cara vita,
prima ancora non ero in grado di capirti e per tanto tempo ti ho odiato. Non riuscivo ad essere felice e mi sentivo terribilmente in colpa per ogni mio sorriso perché pensavo che, dall’altra parte, c’era chi soffriva veramente. L’altra faccia della medaglia. Come mia nonna. Adesso posso urlare a gran voce che, nonostante le ferite, sono fiera di viverti a pieno.

Cari lettori,
non smettete mai di amare la vita. Ci sorprenderà tutti!

Miriam

Cara mamma, ti scrivo.

Cara mamma,

sono io, tua figlia. La bambina, ormai diventata donna, che consideri l’altra metà di te. Sono quella ragazza che ha campato di silenzi per non disturbare, perché non volevo che i miei piccoli problemi andassero ad intaccare il tuo sorriso.
Come stai? E’ da un po’ che me lo chiedo, ma non trovo risposta. Una donna come te, che non si ferma un attimo per tutto il giorno, dovrebbe risentire la stanchezza di un mondo che corre e non aspetta. Si avvicina il tuo compleanno e mi rendo conto che gli anni passano anche per te. La mia mamma invincibile che è riuscita ad affrontare ogni dolore senza mai perdere la speranza. Una madre che davanti alle figlie ha sempre cercato di non piangere. Siamo così uguali noi, preferiamo tenerci tutto dentro per non farci male.
Quest’anno ho deciso di farti un regalo speciale: una lettera. Ti regalo le mie parole per te. Sembra stupido, ma per chi corre sempre come noi è importante fermarsi un attimo e, per esempio, leggere una lettera. Noi che rimaniamo in contatto tramite una telefonata o un “Whatsapp”, come lo chiami tu. Noi che usiamo la tecnologia solo per sentirci più vicine. E pensare che qualche anno fa ci divertivamo a passare tanti pomeriggi insieme, tra le vie storiche di Roma, a farci le nostre confidenze. Adesso non abbiamo più tempo e io darei tutto quello che ho per poterne rivivere almeno un assaggio di quei momenti.
Sono cresciuta insieme a una madre che amava prendersi cura di me, coccolarmi e viziarmi. Ovviamente, con il passare del tempo, le cose cambiano. Ora che ho ventun’anni, un fidanzato da sposare e una famiglia da creare mi rendo conto che, nonostante un giorno sarò madre, non smetterò mai di sentirmi figlia. Alla fine, per me, quel “sentirsi figlia” non è altro che l’eterno “bisogno di sentirsi protetti”. Chi, al giorno d’oggi, non ha bisogno di sicurezze? Tante volte avrei voluto urlare “mamma, ho bisogno di te”.
Il problema è che questa protezione è un’arma a doppio taglio e questo noi lo sappiamo bene. A volte mi fa sentire bene, altre volte mi soffoca terribilmente. Quando, ad esempio, pensi di sapere che cosa sia davvero giusto o sbagliato per me. Quando, ancora, cerchi di “comandarmi” perché ancora non riesci a percepire il mio cambiamento da bambina a donna e mi sgridi: “disubbidiente!”. Non si tratta di essere disubbidiente, semplicemente sto andando per la mia strada e se sbaglio voglio sbatterci la testa da sola. E’ giusto così.
Sono sicura che nel futuro molte altre cose cambieranno, ma altre rimarranno inesorabilmente le stesse.
Magari questi cambiamenti porteranno anche a una gravidanza che ci riporterà vicine perché forse capirai che la bambina con le treccine che avevi davanti diciotto anni fa, adesso è cresciuta e porta una vita dentro di sé.
Quante cose ho imparato da te. A non demordere. Tanto per citarne un episodio: quando nonna si è ammalata, lottando tra la vita e la morte, e tu eri lì. Nella sala d’attesa dell’Ospedale, con il pancione di 8 mesi, a sperare che tutto si risolvesse per il meglio. Miracolo… E’ andata davvero così.
Cara mamma, sono qui a trovare le parole per dirti che nonostante le nostre litigate, non ti cambierei per nulla al mondo e non importa quanto tu possa essere protettiva nei miei confronti perché ti sei sempre dimostrata presente quando purtroppo eri lontana, fisicamente e mentalmente, da me.
Oggi sono qui ad azzerare le distanze per dirti solamente: mamma, ti voglio bene.

Tua figlia.

Cara Miriam, ti scrivo.

Cara Miriam,
“È così breve l’amore, ed è sì lungo l’oblio”, scriveva in tempi remoti Pablo Neruda. Nessun’altra frase poteva rendere meglio la prospettiva di un’amore finito.

Avevi trovato l’amore e lo hai perso in un’istante, ma non per colpa tua.
E’ andato via lui.

Diceva di amarti e poi?
Inizi a capire che non conta quanto tempo vi siete amati, ma l’intensità del sentimento stesso, che sembrava correre via con il passare dei giorni che trascorrevate insieme.
Basta pensarci un attimo: quanto tempo ti è passato davanti, senza neanche accorgertene proprio in questo modo?
Agli occhi tuoi l’amore è breve, mentre per dimenticarne uno non basterebbe neanche una vita.

Rimani quindi lì, con le spalle al muro e con la testa tra le mani, a tentare di non dar ascolto a quella sequela di pensieri che affollano come tante voci la tua mente:
“Forse avrei dovuto…”
“Forse avrei potuto…”

A quel punto fanno la loro entrata in scena i ricordi, inesorabili, di quelli che ti fanno mancare il fiato.
Un brivido percorre la tua pelle, lo stomaco si contorce, un sorriso ti colora il viso e la mente inizia a divagare dove solo il cuore può arrivare.
Che masochista, pensare a lui dopo tutto quello che ti ha fatto.
Sei brava a fare solo questo, mentre una punta d’orgoglio ti ripete:
“Eh, se tornerà… Gli chiuderò le porte in faccia… Gli farò lo stesso male che lui ha fatto a me.”
Ma chi vuoi prendere in giro?
Ci ricascherai, eccome se lo farai.

Le lancette del tempo però continuano a ticchettare, così come i secondi che, succedendosi, ti sfuggono via come un pugno di sabbia tra le dita.
Frasi mai pronunciate, gesti che possono cambiarti la vita.
Non perder tempo dietro a chi non t’ama più da tempo.
Chi ti ridarà tutti i momenti che stai perdendo, mentre tenti di nuotare tra le tue lacrime?
Di certo non potrai andarle a ripescare nel passato.
Quello che vogliamo sempre cambiare
Quello di cui siamo sempre scontenti.
Quello dove risiedono i nostri rimorsi e rimpianti.

E allora che aspetti?
Piangi, sì.
Basta però che poi ti asciughi le lacrime, sorridi alla vita, raccogli i cocci del tuo amore perduto e riprendi a vivere con dignità e con amore verso il prossimo, componendo il nuovo puzzle della tua esistenza senza di lui.
Forse non lo sai, ma ci sono persone che vivono per un tuo sorriso.

Non buttarti giù per un’amore fallito. Camus diceva:
“Non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare.”

Magari un giorno rileggerai questa lettera e ti metterai a ridere.
Quante acqua ne sarà passata sotto i ponti, eh?!
Mille nuovi amori, tante nuove emozioni.
Riposa ragazza, riposa e preparati: domani è un nuovo giorno.

Miriam