Era solo una bambina…

Un arabo di 17 anni è penetrato in un appartamento di ebrei israeliani accoltellando a morte una ragazzina di 13 mentre dormiva nel suo letto.


Era il 30 Giugno. Il sole faceva capolino tra le finestre di una piccola casa situata ad Hebron, nell’insediamento di Kyriat Arba, ma Hallel Yaffa Ariel sembrava non volersi ancora svegliare. La scuola era finita e dopo un anno di duro studio poteva permettersi di riposare un po’ di più. La vita è così spensierata quando si è giovani. Che cosa poteva fare durante una giornata di sole una bambina di tredici anni? Magari una bella colazione per poi vedersi con alcune coetanee! Che c’è di meglio delle proprie amiche per studiare insieme, guardare un film, ascoltare la musica o parlare di quella cotta innocente per il ragazzo della classe accanto? Tutto molto bello, se non fosse che la piccola Hallel Yaffa Ariel quel giorno non si è svegliata. O almeno lo ha fatto, ma solo per pochi secondi. Giusto il tempo di rendersi conto di ciò che stava accadendo. Un ragazzo arabo poco più grande di lei ha fatto irruzione nel suo appartamento, accoltellando un uomo di trent’anni per poi scaraventarsi anche su di lei. Era solo una bambina che pochi attimi prima dormiva nel suo letto, rilassata e felice, e pochi minuti dopo stava ricevendo diverse pugnalate alla schiena senza pietà. Era solo una bambina colma di sogni e di speranze per il futuro. Era solo una bambina a cui la vita è stata spezzata per una guerra che riguarda i grandi, ma a quanto pare ne pagano le conseguenze sempre i più piccoli. Era solo una bambina indifesa che, inesorabilmente, tra i gridi di dolore, chiamava la sua mamma e il suo papà, ma nessuno è accorso a salvarla. Non potevano. Era solo una bambina con un immenso amore per la vita. Ciò che in molti non riescono a credere è come si possa morire senza avere alcuna colpa, solo quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Si dà il caso, però, che quel luogo, ironia della sorte, è lo stesso in cui ogni ragazza si dovrebbe sentire al sicuro. Tra le coperte dove da piccoli ci si rifugiava per salvarsi dal “mostro cattivo” immaginario che risiedeva nella nostra mente. Peccato che quelle coperte hanno fallito nella loro “impresa” davanti alla sete di sangue che divorava quel ragazzo arabo, ucciso in seguito dalle autorità israeliane. La mia domanda è: come può un genitore convivere con un dolore del genere? La propria figlia a cui la sera prima si sono rimboccate le coperte è la stessa a cui oggi è stato messo un lenzuolo bianco sopra tutto il corpo, con quegli occhi che ancora emanano la paura da lei provata. Quegli occhi innocenti che ancora chiedono aiuto. In fin dei conti era solo una bambina. E la sua famiglia dovrà dirle addio per sempre. Riposa in pace piccolo angelo!

Miriam

Piccole grandi novità!

Ciao a tutti ragazzi,

In questo post volevo rendervi partecipi di alcune novità che sono accadute in queste settimane.


In primis sono felice di dirvi che il matrimonio è andato benissimo, sembrava di vivere dentro una favola dove io ero la Regina e lui il mio Re. Il mio abito è stato disegnato e realizzato in ogni suo dettaglio dalla stilista Paola D’Onofrio (la sua Atelier ha sede a Roma).


 Insieme al mio compagno, abbiamo deciso di regalarci una settimana a Tel Aviv (Israele). Inutile dirvi quanto ci siamo divertiti a fare shopping sfrenato e a tuffarci tra le onde insieme a tanti bellissimi pesciolini! La parte più emozionante è stata, però, al Kotel (Muro del Pianto), dove abbiamo ricevuto una benedizione speciale e dove ho potuto darla io stessa alla mia cucciola che cresce nella mia pancia. Tornata a Roma ci sono state due sorprese ad attendermi: la prima è l’arrivo del Tesserino come Giornalista Pubblicista presso l’Ordine dei Giornalisti del Lazio. Mentre la seconda è la mia piccola bimba che durante l’ecografia ha deciso di togliere la manina dal viso e dopo 26 settimane abbiamo potuto ammirarla in tutta la sua bellezza grazie ad un’ecografia in 3D.


… Non è bellissima? Fossero sempre così colme di gioia le giornate di tutti noi!

Miriam

“Israel on the road”: il mio viaggio in Israele!

Dicono che almeno una volta nella propria vita bisognerebbe andare in Israele. Io, in vent’anni, non ero riuscita a metterci mai piede, o almeno fino a novembre 2012.
La mia avventura nella terra promessa iniziò proprio in quel periodo quando, ancor prima di toccare il suolo israeliano, mi ritrovai subito immersa nell’ “atmosfera”, grazie alla compagnia aerea “El Al” in cui si parlava soprattutto ebraico ed il pasto era kosher.

Durante l’atterraggio nell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, l’emozione prese il sopravvento e mi ritrovai a piangere, accorgendomi di non essere l’unica.
La prima tappa del mio viaggio “Israel on the road” fu il lungomare di Tel Aviv, popolato da giovani palestrati e abbronzatissimi, e in pochi giorni mi ritrovai anche io la pelle nera.
Ciò che caratterizza questa città, è il fatto che sembra “non dormire mai”. Tutti sono sempre in movimento tra spiagge, locali e centri commerciali!
Come dimenticare il Dizengoff Center? Dotato di negozi interessanti, fast-food, bar… Un cinema e una palestra! Il venerdì, si iniziava a sentire “l’odore dello shabbat” grazie agli stand appositi, in cui le persone potevano comprare la cena già pronta. Un luogo che consiglio di visitare, ma con la consapevolezza che una volta usciti di lì il vostro portafoglio, inevitabilmente, sarà più leggero!
Ho avuto modo di ammirare la fontana su Dizengoff Street, un tripudio di colori e di musica.

Il giorno seguente, è stata la volta del Mar Morto e, in realtà, quello che mi è piaciuto maggiormente è stato il viaggio di andata, dove ho potuto scoprire molte cose, tra cui l’antica fortezza di Masada.
Israele è stata per lungo tempo una terra arida ed incolta ed è stato affascinante vedere oggi una grande coltivazione di palme nel deserto, il sistema di irrigazione per la trasformazione dell’acqua salina e delle specie di animali (stambecchi, cammelli) che in Italia avrei modo di conoscere solo attraverso una gabbia di uno zoo.
Una volta arrivata sulla spiaggia del Mar Morto, iniziai il “trattamento” che tutti invidiavano e la giornata passò così: una “spalmata”di fanghi, un po’ di sole e, una volta essiccato il tutto, un “tuffo” in acqua (anche se dalla consistenza sembrava più olio che altro), per togliere i residui di fango ed infine un piccolo scrub con i sali (presi direttamente dal fondo).

Durante la mia vacanza ho avuto modo di visitare molti luoghi tra cui Jaffa e Nethanya, ma ciò che merita di più l’attenzione di tutti è Gerusalemme, la culla delle religioni.
Era un lunedì e dopo aver fatto una passeggiata nella città nuova, ci siamo diretti verso la città vecchia, passando per il Mamilla, centro commerciale all’aperto, in cui, durante la ristrutturazione, le pietre originali sono state numerate, smontate e riposizionate.
Mentre si cammina, però, è ancora possibile vedere la numerazione sulle vecchie pietre.
Arrivata nella città vecchia, ho iniziato a visitare la parte cristiana, soffermandomi sulla pietra dell’unzione dove venne preparato il corpo di Gesù per la sepoltura, per poi dirigermi, finalmente, verso la parte ebraica: il Kotel, noto come muro del pianto.
Un luogo dove l’ebraismo si vive soprattutto nei giorni dei Bar Mitzvah, in cui la piazza è affollata dalle famiglie che vengono da ogni parte d’Israele, per celebrare la prima lettura biblica del proprio figlio. Un luogo dove potete trovare, a tutte le ore del giorno e della notte, i fedeli che vengono a pregare, ognuno con le proprie usanze ed i propri costumi.
Chi viene in pellegrinaggio a Gerusalemme, è solito lasciare il testo di una preghiera tra le pietre millenarie, sperando che quel “desiderio” si avveri. Chi va via, invece, non dà le spalle al muro e promette di ritornare l’anno prossimo.

Sicuramente uno dei ricordi che porterò sempre con me, perché quando penserò ad Israele, la prima cosa che mi verrà in mente sarà l’immagine di una città che lega un po’ tutti, nonostante le diversità religiose.

 

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Miriam

“La vita graffiata”, un richiamo alla vita

Eccomi arrivata all’ultimo appuntamento di oggi con la giornata dedicata alla lettura. Proprio per questo ho deciso di concludere “in bellezza” con un romanzo che mi ha appassionato interiormente, scuotendo le mie opinioni e la mia sensibilità. Il suo nome? “La vita graffiata”, di Tamar Verete-Zehavi, edito dalla Casa Editrice Sonda. Il commento è di Jonathan Kashanian che già nella prima riga la definisce come “storia di un cuore spezzato” e ne ha tutte le ragioni.

136 pagine concentrate di emozioni e al contempo di dolore. Il dolore di una ragazza che sente il peso del “sopravvivere” e continua a morire, giorno dopo giorno. Una ragazza che ha bisogno di essere salvata nuovamente, ma questa volta il suo male non è fisico… E’ mentale. Si salverà, lo farà. Ogni cosa, però, a suo tempo.

350_p

Questo romanzo è un vero e proprio “richiamo alla vita”, come già vi ho scritto nel titolo dell’articolo. La cosa sorprendente è che questo “richiamo” nasce dalla morte di una persona molto cara ad Ella, la protagonista israeliana. Si tratta di Yerus, la sua migliore amica etiope. Automaticamente perde anche la sua voglia di vivere e di credere nel futuro. Si chiude nel suo guscio, nella sua estraneità, nella sua depressione. Da qui si sviluppa la trama:

Non sono le ustioni alla gamba, la cicatrice sulla fronte e i capelli bruciati ad averle spezzato il cuore, ma il non riuscire a capire perché una sua coetanea palestinese si sia fatta saltare in aria in un supermercato affollato. Come si può diventare nemici senza mai vedersi né incontrarsi, provocando morte e distruzione? Perché nel suo Paese tutti sembrano d’accordo a vivere o a morire così? Ella è tormentata da questi interrogativi: passa dallo shock iniziale alla rabbia che la porta a rifiutare l’aiuto dei genitori, degli amici e dell’assistente sociale, fino a rifiutare la stessa realtà  traumatica cha ha vissuto, immaginando scenari differenti in cui l’attentatrice decide di non farsi più saltare in aria o lei riesce a sventare l’attacco. Ma sarà attraverso il confronto serrato con il ragazzo che ama, l’israeliano tutto dà un pezzo Eitan, e l’amicizia tumultuosa con il palestinese Maher, che Ella troverà la forza di riprendere in mano la propria vita, sia pure profondamente graffiata dagli eventi.

Un tema molto discusso che riesce a toccare corde molto delicate per chi vive lì, in Israele. L’argomento ha colpito anche me che nella “Terra Santa” ci sono stata e ci ho lasciato il cuore. Israele trasuda bellezza e richiamo alla vita da “tutti i pori”. Solo quando verrà la pace, persone come Ella, Eitan e Maher potranno vivere sereni e spensierati completamente. Senza la paura di morire all’interno di un supermercato, di un centro commerciale o di un autobus.

Ciò che mi ha colpito maggiormente, tra le tante cose, è la reazione della famiglia della piccola Yerus. Hanno pianto e sofferto la loro grande perdita e poi sono tornati a vivere. Può sembrare “crudele” o “insensato”, ma bisogna farlo in quanto nella religione ebraica, da quanto ne so, coesistono due fattori: l’elevazione dell’anima (dopo i giorni di lutto non bisogna parlare della persona defunta per un anno intero in modo da permettere all’anima di elevarsi) e il distacco tra vita e morte. Su quest’ultimo vorrei soffermarmi maggiormente. Nella religione ebraica bisogna creare una forte separazione, distinzione, tra vita e morte. Ad esempio, dopo una commemorazione di una morte al Tempio bisogna sempre staccare quel dolore anche solamente andando a mangiare qualcosa insieme o a prendersi un caffè. Questo perché, secondo me, la nostra vita è un bene inestimabile che D-o ci ha donato e noi dobbiamo averne cura. Ecco perché mi ha colpito un certo momento descritto nel libro tra Ella e la famiglia di Yerus che… Non posso svelarvi.

Vi auguro solo una buona lettura, questo libro merita davvero.

Miriam

La magia del Kotel

Oggi voglio condividere con voi un racconto breve scritto da me due settimane fa, in concomitanza con il conflitto israelo-palestinese. Lo voglio dedicare alle madri dei giovani soldati che in questo momento si trovano a combattere contro il terrorismo di Hamas.

LA MAGIA DEL KOTEL di Miriam Spizzichino

Dopo tanto camminare tra le vie della Città Vecchia, a Gerusalemme, mi ritrovai di fronte al più grande spettacolo che una donna ebrea possa vedere. Saranno state, all’incirca, trecento persone che venivano da tutto il globo, con le loro usanze, per pregare davanti al Kotel, il Muro del Pianto. Tutti avevano la stessa reazione di gioia mista al pianto e io potevo ammirare i loro volti ogni giorno. Per me era una vanto essere entrata nella Tzahal, il servizio militare, e poterlo svolgere nella culla della religione. Passavo tra la folla, ascoltavo le loro preghiere che venivano recitate in modo diverso, a seconda da dove venissero, e ciò mi incuriosiva. Il muro, colmo di bigliettini, conteneva tutti i sogni e i desideri del mondo in cui era stato costruito. Mi avvicinai alla parte riservata alle donne e ricevetti involontariamente una spinta da una misteriosa donna che stava correndo via in lacrime, lontano dal Kotel. Le cadde qualcosa dalla mano e io, di rimando, decisi di avvicinarmi sospettosa. Era un foglio bianco, ormai accartocciato, che giaceva a terra. Senza indugio lo aprii. Non so se la mia azione sarebbe stata considerata “peccato”, ma avevo fame di sapere. A primo impatto mi focalizzai sulla calligrafia ebraica “tremante”, poi su quelle piccole gocce di pianto assorbite dal foglio. “Ascolta Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è uno. Kadosh Barukhù, proteggi miei figli in guerra, insieme a tutti i loro compagni dell’esercito israeliano”. Quel biglietto mi colpii come una secchiata d’acqua gelata e il mio primo pensiero volò verso la donna che mi aveva accudito per tanti anni. La stessa donna che diede la sua vita per salvare la mia durante un attentato, mia madre. Ripiegai il biglietto con cura, mi avvicinai a una crepa nel muro e lo poggiai al suo interno mentre sussurravo, ormai in lacrime: “Shemà Israel, Adonai elochenu, Adonai echad. Dio, veglia su di noi”.