“Gli anni della vergogna”, per non dimenticare!

Il libro “Gli anni della vergogna 1938-1945. Il regime fascista, gli italiani e la persecuzione antiebraica”, è stato integralmente pensato e realizzato dalla Fondazione Museo della Shoah specificatamente per i ragazzi e gli studenti delle scuole superiori ma si rivolge a chiunque voglia sapere in modo semplice cosa sia accaduto in Italia in quegli anni.

Si tratta di un testo che spiega in maniera chiara la nascita, l’evoluzione e le tragiche conseguenze delle leggi antiebraiche emanate dal regime fascista nel 1938. Il linguaggio e la struttura particolarmente chiari, si associano al rigore di una ricerca basata sulle acquisizioni più recenti della storiografia italiana ed internazionale. La grafica, i colori, le foto, le note a piè pagina: tutto è stato pensato per una lettura agile e coinvolgente, mai respingente.

L’intero testo non vuole assolutamente presentare una verità prestabilita, ma intende proporre dei temi di riflessione che stimolino la curiosità e il senso critico di tutti coloro che si troveranno a leggere il testo. Non la parola definitiva quindi ma sicuramente un modo nuovo di affrontare argomenti complessi.

PER RICEVERE IL LIBRO:

  • In esposizione presso Casina dei Vallati, Via del Portico d’Ottavia 29, 00186, Roma
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Per averlo in formato Ebook o comodamente a casa vostra, basta visitare il sito ufficiale al seguente LINK.

Per saperne di più: la Fondazione Museo della Shoah Onlus 

Nasce nel luglio 2008 ad opera del Comitato promotore del progetto Museo della Shoah, costituitosi alla fine del 2006. La mission della Fondazione Museo della Shoah è quella di dare impulso alla costruzione del Museo Nazionale della Shoah a Roma: una struttura di grandissima utilità comune, soprattutto per le numerose attività pubbliche dedicate alla Shoah, dirette ai giovani, ai docenti ed ai cittadini italiani e stranieri, che vi avranno un luogo di riferimento con personale altamente specializzato. La realizzazione del Museo a Roma permetterà alla Capitale d’Italia di affiancarsi alle grandi città del mondo (Gerusalemme, Washington, Berlino, Londra, Parigi) che dispongono di Musei dedicati alla Shoah. Il Museo della Shoah che la Fondazione vuole realizzare sarà dunque un luogo dove gli allestimenti e la raccolta di documentazione, curati dai maggiori storici contemporanei, permetteranno a visitatori, docenti e studenti di conoscere in profondità cosa è stata la Shoah. Il Museo della Shoah di Roma sarà quindi l’opera attraverso la quale la Fondazione potrà realizzare i nobili scopi per i quali è stata fondata. L’impegno a mantenere viva e presente la memoria della Shoah, lo sterminio programmato di 6 milioni di ebrei, e delle dinamiche che l’hanno generato, trasformando in attività formative il monito della Shoah per l’umanità intera:

  1. Concorrere a mantenere viva e presente, nella società civile, la memoria della tragedia della Shoah;
  2. Contribuire alla promozione e alla diffusione dei valori dell’ uguaglianza e della pace tra i popoli con l’affermazione del principio di fratellanza e di accoglienza di ogni diversità, contro ogni forma di razzismo e di discriminazione tra gli uomini;
  3. Supportare le altre iniziative pubbliche e private coerenti con il perseguimento dei valori e delle finalità della Fondazione.
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Viaggio della Memoria, per non dimenticare.

Ci sono dei viaggi che, in un modo o in un altro, riescono a cambiarti. Il Viaggio della Memoria, indetto dalla Regione Lazio, è uno di quelli. La mia famiglia è di origine ebraica, siamo tutti ebrei. Proprio per questo conosciamo molto bene il significato di Shoah. Un genocidio che ha portato via molti dei nostri familiari per colpa di un certo Hitler, uomo dalla mente molto contorta. Chi ci ridarà Cesare, Pacifico, Giuditta e tutti gli altri che non hanno fatto ritorno? E’ impossibile dimenticare, ma soprattutto perdonare.

Sono andata a Cracovia, in Polonia, con la delegazione della Comunità Ebraica di Roma e i sopravvissuti: Sami Modiano, Piero Terracina e le sorelle Bucci. Non pensavo che questo viaggio mi avrebbe sconvolta così tanto. Come detto in precedenza, sono cresciuta con l’ombra di questo genocidio accanto. Bisognava parlarne, dovevamo essere i primi a ricordare. Avendo, quindi, già “familiarizzato” con quell’orrore, pensavo di non dover temere lacrime e, in un certo senso, era un dolce sollievo vista la mia forte allergia ai sentimentalismi. E invece? E’ bastato varcare i confini di Birkenau per rabbrividire. In quel momento mi sentivo fortemente ebrea e provavo ad immaginare come sarebbe stata la mia vita a quei tempi. Sarei sopravvissuta? Penso proprio di no. Mentre passavo tra le rotaie, risuonavano nella mia testa le urla dei tedeschi e i pianti dei prigionieri. Sensazioni strane di episodi mai vissuti realmente che nella mia mente erano più vivi che mai. Ho passato in rassegna le baracche e ciò che rimaneva delle camere a gas e dei forni crematori. Come in un film, i miei occhi fungevano da filtro. Quel campo colmo d’erba diventava un terreno macchiato di sangue, di dolore e di morte. Quante cose ha dovuto nascondere quella terra.

Nomi che diventavano numeri. Ogni volto aveva una storia, una vita. Nel silenzio di quel finto paradiso, 70 anni prima, erano state spezzate milioni di esistenze. Adulti e bambini. Ho lasciato Birkenau con l’amaro in bocca. Pensavo continuamente a quelle baracche così scarne e ai corpi scheletrici che ogni notte, invece di trovare il calore di un comodo letto, dovevano dormire su un pezzo di legno. Tutti ammassati.

Ciò che mi ha colpito maggiormente sono stati i resti di una camera a gas, vicino a quelle che ormai sono le “fosse comuni”. Perché mi hanno colpito? Perché quei pochi resti hanno lasciato spazio all’erba e ai fiori. E’ strano vedere come la natura è riuscita a rifiorire dove l’uomo, 70 anni prima, distrusse.

E’ arrivato poi il momento di visitare Auschwitz e il museo che risiede al suo interno. Inutile descrivere il disgusto nel vedere ciò che rimane di tutte quelle persone. Ciocche di capelli, pentole, spazzole, protesi, giocattoli, valigie cariche di speranza… Quella di tornare a casa. Tra tutti gli oggetti, mi ha colpito maggiormente una bambola in porcellana con la testa spaccata. La mia mente cerca vorticosamente di dare una spiegazione, di tirarne fuori una piccola storia. Ed eccola lì. Riesco ad immaginarla. Quella bambina ha un volto, un nome. E’ in braccio a sua madre e tiene quella bambola che le assomiglia vagamente. Arrivano i soldati e cercano di dividere madre e figlia. Ovviamente la prima ha opposto resistenza e questo non è piaciuto molto agli SS che, in pochi secondi, a suon di calci e pugni, stendono la donna a terra, sanguinante, e portano via la bambina. La piccola piange, cerca di divincolarsi dalle braccia degli SS per tornare nelle calde braccia materne, ma non può. Non riesce. Ciò che rimarrà di lei, a distanza di 70 anni, sarà questa sua bambola che ora è riversa a terra, rotta, come la loro piccola famiglia che aveva ancora tanto da vivere.

Per non dimenticare, affinché tutto ciò non succeda MAI PIÙ.

Miriam

 

Paura del diverso

Oggi mi rendo finalmente conto che il nostro paese, la tanto amata Italia, invece di fare passi avanti, continua a farne indietro.
Possibile che non riusciamo a progredire e ci ritroviamo a regredire? Possibile che siamo un popolo di fifoni?
Sì, di fifoni.
Vi chiederete perché e di cosa avremmo paura ma prima di addentrarci nell’argomento vorrei tirarmi fuori da quel “siamo”. Io non sono fifona, anzi.
Quindi è meglio dire che voi avete paura, sì.
Paura di abbracciare culture, religioni e addirittura amori diversi da quelli che siete abituati a vedere.
Avete paura dei “rituali” strani che aleggiano intorno a certi “credi” come l’ebraismo.

Allora che si fa? “Spaventiamoli, facciamo vedere che noi siamo forti e che non abbiamo paura!”
Ma paura di cosa? La nostra è semplicemente una religione, come il cristianesimo… E invece tutti a pensare che la “forza giudaica” (come ho letto in alcuni siti di stampo antisemita) vuole diventare una potenza mondiale. Tutte queste strane teorie revisioniste/negazioniste sul fatto che gli ebrei dentro quei campi non ci sono mai stati e di certo non sono quindi mai morti. Cercano di refutare la storia per arrivare alla loro conclusione: “gli ebrei fanno le vittime solo per arrivare a conquistare il mondo”.
Ebbene sì, non sapevamo come dirvelo e volevamo tenerlo nascosto ancora un po’: la Shoah è tutta una bufala, come gli anni passati nel deserto dopo la schiavitù in Egitto. Il nostro intento era proprio quello di fare le vittime per riuscire, indisturbati, ad ottenere sempre più potere fino ad arrivare ad oggi, nel 2014, con le tasche piene di soldi. Noi ebrei non sentiamo neanche la crisi per quanto potere abbiamo e voi, invece, morirete di fame! Come riconoscere un ebreo? Kippà in testa, naso adunco, barba lunga (negli uomini, ma anche nelle donne se si dimenticano di fare la ceretta) e una coda che nascondiamo sotto i pantaloni. Per non parlare della nostra lingua biforcuta! Siamo esseri mutanti pieni di soldi e facciamo le vittime con voi altri.

Non so in quanti riusciranno a percepire la sottile ironia di queste parole. Mi domando come sia possibile negare l’esistenza della Shoah… Tutti quei 6 milioni di morti dove li mettiamo? Erano semplici comparse di un film? Non scherziamo, per favore!
E dove sarebbero tutti questi ebrei ricchi e al potere? Anche noi sentiamo la crisi come tutti, anche da noi ci sono persone che tentano il suicidio, persone che chiudono i propri negozi, persone che tornano a casa la sera e non sanno cosa mettere in tavola, non sanno come sfamare i propri figli. Anche noi soffriamo, come tutti voi. Anche noi viviamo una realtà scomoda, che fa male, ma la viviamo. E in aggiunta dobbiamo pensare ad alcuni “paladini della giustizia” ancora convinti che se Gesù è stato crocifisso la colpa è degli ebrei. Gli stessi ebrei che in quei campi dovevano essere sterminati tutti… Ma come, non avevate detto che quei campi erano tutta un’invenzione ebraica?
“Paladini della giustizia” che pensano di risolverla così la crisi. Paladini che se fossero nati ai tempi di Hitler, sarebbero stati i primi ad indicare un conoscente, un vicino, un amico, un collega ebreo per dire: “Prendetelo, quello è un lurido ebreo!”
Intimidazioni e provocazioni che sono sfociati in atti vili, come le teste di maiale consegnate da quel pazzo poche settimane fa.

Per fortuna non tutti sono così. Esistono ancora persone in grado di ragionare e capire che come esiste la Chiesa, esiste la Sinagoga. Che c’è chi prega con l’Ave Maria e chi dice lo “Shemà”. Chi festeggia Natale, cospargendo la casa di luci natalizie e chi festeggia Chanukkà, illuminando la propria abitazione con le candele ad olio poggiate su un candelabro. Due festività diverse, stessa intensità di colore, di luce, di speranza.
Speranza che tutto ciò possa finire perché sarebbe bello vivere tutti in armonia. Ognuno con il suo credo.

Alla fine tutto questo succede per colpa della paura e dell’ignoranza perché le cose che ci “sfuggono”, che non capiamo, sono quelle che ci mettono più paura. Come l’omosessualità.
Io non ho paura. Io amo convivere con tutte queste piccole realtà diverse tra loro che contribuiscono a dare una notevole sfumatura al nostro mondo, fin troppo grigio.
Un po’ come quando da bambini avevamo paura del buio. Una paura nata dal fatto che una volta spente le luci non riuscivamo a riconoscere le figure che ci “circondavano” e in noi nasceva quindi una visione distorta della cameretta in cui ci trovavamo. Ogni singolo oggetto, anche dal più banale come una sedia o una lampada, diventavano mostri feroci che ci avrebbero attaccato da un momento all’altro. Con il tempo ho imparato a distinguere ogni cosa in modo oggettivo e da lì non ho più avuto paura del buio, anzi.
Visto? Basta imparare a riconoscere ciò che ci circonda e gli ebrei, come i musulmani e i cristiani, non ci faranno più paura. Sono persone come noi con una vita, una famiglia, un lavoro. Ognuno di loro ha i suoi problemi e la stessa determinazione nel risolverli.
In un periodo come questo, dettato dalla crisi che ci avvolge sempre di più, dovremmo imparare a collaborare tutti e ricordare chi è il vero nemico.

Questo è un discorso molto più ampio che io ho affrontato sotto il punto di vista della religione, ma ci sono tanti altri casi diversi tra loro che meriterebbero almeno un minuto di riflessione. Basta pensare agli omosessuali. Non riescono a vivere serenamente la loro sessualità per colpa di tutte quelle persone che lo trovano “sbagliato”, “anormale” solo perché gli omosessuali hanno la sfortuna di essere in minoranza e tutte le minoranze hanno sofferto sempre nella storia (proprio come gli ebrei o le persone di colore). E se fosse tutto il contrario? Se il mondo fosse in maggioranza omosessuale e in minoranza eterosessuale? In quel caso gli eterosessuali sarebbero considerati persone “diverse”, ma non per questo sbagliate. Non trovate?

Miriam

Riflessioni sulla morte di Priebke

Caro Priebke,
il 29 luglio hai avuto modo di festeggiare il tuo centesimo compleanno.
E’ doloroso pensare che proprio per mano tua 335 persone non hanno più potuto festeggiare il loro “passaggio sulla terra”.
335 persone che non hanno più avuto il diritto di vivere la propria vita, troncata per mano delle vostre menti malate.
Chi ridarà a quelle 335 persone tutto quello che hanno perso? Di certo non tu.
Uomo che non si è mai pentito di quello che ha fatto, ma che ha sempre trovato una giustificazione per tutto. Che poi, con quale coraggio ti sei fatto chiamare “uomo”? Pensi davvero di esserlo?
Il 29 luglio uno “pseudo-nipote” si è presentato sotto la tua dimora con una bottiglia di Champagne in mano per festeggiare.
Ora che sei venuto a mancare vorrei tanto proporlo io un bel brindisi!
Brindo in nome di tutte le persone che hai trucidato.
Il mio popolo, i miei parenti.
Dovremmo essere felici, oggi, visto che la tua ignobile esistenza finalmente è cessata, ma in realtà provo dei sentimenti di rabbia, mista al dolore.
Perché sì, tu sei morto, ma nessuno ci ridarà quelle vite.

Oltre al danno, anche la beffa: ho avuto modo di leggere il tuo “testamento umano e politico”, ma l’unica cosa che ho visto è stata la tua meschinità.
In quel documento si cela un nazista convinto che, a 100 anni, ha ancora il coraggio di revisionare e negare ciò che è successo. Come mai non lo hai fatto in vita e hai aspettato la morte? Di che cosa avevi paura? Delle tue menzogne.
Mi hai fatto venire la pelle d’oca.
E’ dal dopoguerra che ci prodighiamo tutti per ricordare la tragedia avvenuta e poi arrivi tu che con qualche riga cerchi di confutare ciò che è stato.
Così, secondo te, le camere a gas sono tutta una finzione?
E tutti quei cadaveri ammassati per terra?
Tutto quel dolore?
Nei campi di sterminio si respirava la morte che per 6 milioni di persone non è tardata ad arrivare, ma tu che ne sai? hai campato 100 anni.
Il mio pensiero va a mia zia, Settimia Spizzichino, e a quei pochi che hanno fatto ritorno.
Penso a chi aveva paura a raccontare quell’orrore, soprattutto nei momenti in cui ricevevano visita da tutte quelle persone che continuavano a domandare:“Hai visto mio figlio?”, “Hai visto i miei genitori?” etc. etc.
Come lo dici a quelle persone che hai visto e anche troppo?
“Mi spiace, tuo figlio non tornerà”
“L’ultima volta che ho visto tuo padre veniva picchiato a sangue e non si è più rialzato”
“Tua madre l’hanno portata nelle camere a gas”, etc.
Come fai a dirlo? Non puoi. Su questo, molti di loro, hanno preferito il silenzio e tu non potrai mai capirlo.
Oltre ad essere stata una persona malvagia, hai peccato di ignoranza.
La stessa ignoranza che ti sei portato dietro fino alla fine, insieme agli spettri di un passato che non può essere dimenticato.

Non c’è mai fine al male ed è per questo che noi continueremo a difendere il nostro diritto di esistere.
La tua morte è casualmente capitata a pochi giorni dal 16 Ottobre, data in cui grideremo a gran voce che noi NON DIMENTICHIAMO.
Sono passati molti anni dallo sterminio di oltre 6 milioni di persone e, nonostante tutto, c’è ancora qualcuno che si permette di negare o, addirittura, di “proclamarsi” nazista… Come se fosse un vanto.
Proprio per questo motivo dobbiamo unirci tutti nel nostro dolore e trasformarlo in qualcosa di positivo per l’umanità e per il futuro che ancora abbiamo da vivere in pace con il prossimo.

Per quanto riguarda te, Erich, che l’inferno ti accolga tra le sue braccia.
Per te non c’è perdono, io non dimentico.

Miriam