Puntata di Ulisse: 16 Ottobre 1943

In tutti questi anni ho sempre sentito il peso della memoria in quanto ebrea. É una sensazione che non si può spiegare, ma é possibile comprenderla. Una famiglia spezzata, dimezzata da questa razzia omicida. Mio nonno che non ha conosciuto il padre, zia Settimia che é tornata per raccontare… ma quanto può essere difficile farlo dopo tutto quello che si é vissuto? Poi ci sta anche una parte della famiglia che é riuscita a salvarsi dal salire su quei camion per quelle piccole “casualità” definite da Alberto Angela. Sono tante le storie che si potrebbero raccontare e tante sono già state ricordate. Mia zia Sara era salita su quel camion, ma un angelo é riuscito a farla scendere dicendo che non fosse ebrea. Da quel giorno, ogni 16 Ottobre era usanza per lei digiunare in ricordo di quel miracolo. Zia Sara se ne é andata. Ha guadagnato tanti anni di vita: é diventata madre, nonna, bisnonna. Ha dato e ha ricevuto amore incondizionatamente. Nonostante le tante storie arrivate a noi nipoti e bisnipoti della Shoah, nonostante i film, i libri e i documentari… Io continuo a rimanere senza parole. Possiamo solo ricordare affinché non riaccada più. Gli anni passano, i testimoni se ne vanno, ma la memoria collettiva no. Quella non si può cancellare. Complimenti alla Rai e al programma “Ulisse” di Alberto Angela per lo splendido documentario che suscita forti sensazioni, ma con la delicatezza che non tutti riescono ad avere quando si tratta di queste argomentazioni.

Miriam

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“Il figlio di Saul”: quando il sangue è più importante della propria vita

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Già dalle prime clip del trailer la realtà cruda di questo film emerge in tutta la sua potenza. Uomini nudi, un bambino morente, i nazisti e le loro pistole e il fumo, quello che annebbia tutto, quello che non vuole mostrare orrori ma che li lascia presagire. Il protagonista Saul, un ebreo costretto a collaborare con i nazisti, durante la pulizia dei forni crematori scorge il cadavere di un ragazzo in cui crede di riconoscere un figlio avuto in gioventù; come farebbe ogni padre cerca di salvare le spoglie per offrire al “suo bambino” una degna sepoltura. In una realtà però che non riconoscere gli ebrei come esseri umani Saul dovrà voltare la spalle ai propri compagni e ai loro piani di fuga per onorare quello che crede essere il sangue del suo sangue.

Il modo in cui il tutto viene presentato allo spettatore lo porta a sentire l’angoscia stessa di un padre che diventa quasi folle per raggiungere il suo scopo a discapito anche della sua stessa vita e lo lascia calare in un clima che diviene man mano sempre più angosciante fino a farlo sentire partecipe di uno scenario in cui non può intervenire. Il merito va, oltre alla storia stessa, all’attore che ha saputo condurre il tutto in maniera impeccabile tramite anche le espressioni del viso e alla fotografia e alla regia che hanno saputo rendere lo scenario non una cosa di fondo ma parte integrante del film.

La pellicola, distribuita da Teodora film, ha avuto diversi riconoscimenti a Cannes tra cui anche la candidatura alla Palma d’oro!

Ve ne consiglio la visione,

Miriam

Shoah: L’inferno dentro

Buongiorno a tutti,

oggi sono qui per condividere con voi la recensione dell’ultimo libro dedicato alla collaborazione con “Edizioni Sonda”. Trattasi di “L’inferno dentro. Confessioni di un collaborazionista”, scritto da Moreno Gentili (scrittore che da tempo svolge una ricerca storica in merito ai crimini contro l’umanità), con un’introduzione di Claudia De Benedetti e un commento sulla propaganda di Elio Carmi.

“Mentre i testimoni diretti lentamente ci lasciano, dopo aver assolto il compito doloroso di trasmettere alle generazioni successive il ricordo della Shoah, si avverte il pericolo della perdita del carattere specifico di quella tragedia, che rischia di trasformarsi in un generico emblema della malvagità umana, un’etichetta che può essere applicata a qualunque violenza o dolore collettivo”, lo introduce Claudia De Benedetti.

L’inferno dentro è la storia di un uomo e delle colpe commesse durante la sua collaborazione con il nazifascismo a Berlino e a Trieste. Un uomo consapevole delle proprie responsabilità, fedele alle proprie scelte e agli ideali di un disegno che ha cambiato per sempre la percezione di noi stessi e dell’umanità. Ludwig – questo lo pseudonimo scelto – emigra come medico da Trieste a Berlino agli albori del regime hitleriano per sperimentare e applicare gli studi sulla genetica a fini razziali. Nel 1943, dopo la caduta di Mussolini, rientra in Italia per aderire alla Repubblica di Salò e collaborare con il nazismo nella Risiera di San Sabba a Trieste, unico lager italiano dotato di un forno crematorio utile a sopprimere gli oppositori del regime fascista, fossero questi italiani, stranieri, partigiani, prigionieri politici, omosessuali, zingari o ebrei.

Il libro di Gentili ricostruisce così la storia di questo carnefice che riporta alla luce fatti e persone di una guerra ormai lontana, ma ancora troppo vicina per essere dimenticata. Morto da alcuni anni, mai pentito, ha vissuto sempre a cento metri dalla Risiera di San Sabba. Il lettore resterà colpito dalle contorsioni dell’animo di questo assassino di massa che non si pente e, ancor più, dalle sue fumose, puerili, aberranti ragioni. Gentili, affrontando la sfida terribile di calarsi nell’inferno dell’anima di un carnefice, di rendere esplicito il modo in cui la «gente normale» giustifica a se stessa i crimini più atroci, spiega (attraverso l’emblematicità di un caso personale) con paurosa chiarezza l’unicità della Shoah e il suo ambiguo legame con la cultura europea.

Un libro che dà modo di riflettere in quanto, anche se sono passati 70 anni, non bisogna mai dimenticare ciò che è stato fatto non solo agli ebrei, ma all’umanità intera. Il Nazismo è una macchia nera che deve scomparire completamente, senza però esser mai scordata. Deve essere il nostro “monito” futuro affinché non accada mai più.

Miriam

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Miriam

“Io voglio vivere”, la vera storia di Anne Frank

Ciao ragazzi,

oggi vi voglio parlare di un libro che mi ha tenuta sveglia per ben due notti di seguito pur di finirlo. Letto tutto d’un fiato, nonostante già conoscessi la storia.
Vi sto per parlare di “Io voglio vivere – la vera storia di Anne Frank”, scritto da Mirjam Pressler (Ed. Sonda).

Anne Frank

Come ci anticipa il retro della copertina, Anne Frank è diventata celebre grazie al suo diario che sicuramente, almeno una volta nella vostra vita, avrete letto. Un libro che ha commosso e continua a commuovere intere generazioni. Una bambina strappata alla sua infanzia, alla sua adolescenza. Entrata in quel rifugio che era ancora una bambina, uscita da lì ritrovandola donna. La sua vita, però, si è persa come quella di altre 6 milioni di persone.

In questo libro, Mirjam Pressler, ne fa un ritratto biografico a tutto tondo, facendo emergere i talenti e le aspirazioni di questa giovane ebrea nata in Germania. Partendo da numerosi documenti e testimonianze, la storia di Anne prende vita davanti ai nostri occhi, nella prima biografia ufficiale e senza censure della vittima del nazismo più famosa al mondo. La storia sconvolgente di una ragazzina che è diventata donna nel periodo più cupo della storia dell’umanità e che la scrittrice ha avuto modo di trasformare in un romanzo avvincente.

Molto toccante il commento finale “Dove abita Anne?” scritto dall’ebraista e scrittore Matteo Corradini che, attraverso le sue parole, mi ha avvicinato ancora di più alla figura di Anne che sento vicina a me, in qualche modo.

Anne Frank, come sua sorella Margot e tante altre ragazzine, era fin troppo giovane per morire. Lei che voleva fare la scrittrice e che voleva andare a Londra e a Parigi. Lei che aveva dei sogni, delle ambizioni e tante capacità è stata spazzata via dalla furia nazista e da Bergen Belsen non ha più fatto ritorno. Il suo corpo giace lì,a qualche metro da terra, insieme a quello di tanti altri. Magari vicino a Margot… Insieme fino alla fine, quelle due piccole sorelle.

Troppo piccole per meritare di conoscere la cattiveria umana.
Troppo piccole per andarsene.

Grazie a Mirjam Pressler che, in queste pagine, dopo 70 anni, ha nuovamente donato un’identità ancora più profonda agli otto clandestini dell’Alloggio Segreto e a quei benefattori che cercarono di aiutarli.

Buona lettura,
Miriam

Viaggio della Memoria, per non dimenticare.

Ci sono dei viaggi che, in un modo o in un altro, riescono a cambiarti. Il Viaggio della Memoria, indetto dalla Regione Lazio, è uno di quelli. La mia famiglia è di origine ebraica, siamo tutti ebrei. Proprio per questo conosciamo molto bene il significato di Shoah. Un genocidio che ha portato via molti dei nostri familiari per colpa di un certo Hitler, uomo dalla mente molto contorta. Chi ci ridarà Cesare, Pacifico, Giuditta e tutti gli altri che non hanno fatto ritorno? E’ impossibile dimenticare, ma soprattutto perdonare.

Sono andata a Cracovia, in Polonia, con la delegazione della Comunità Ebraica di Roma e i sopravvissuti: Sami Modiano, Piero Terracina e le sorelle Bucci. Non pensavo che questo viaggio mi avrebbe sconvolta così tanto. Come detto in precedenza, sono cresciuta con l’ombra di questo genocidio accanto. Bisognava parlarne, dovevamo essere i primi a ricordare. Avendo, quindi, già “familiarizzato” con quell’orrore, pensavo di non dover temere lacrime e, in un certo senso, era un dolce sollievo vista la mia forte allergia ai sentimentalismi. E invece? E’ bastato varcare i confini di Birkenau per rabbrividire. In quel momento mi sentivo fortemente ebrea e provavo ad immaginare come sarebbe stata la mia vita a quei tempi. Sarei sopravvissuta? Penso proprio di no. Mentre passavo tra le rotaie, risuonavano nella mia testa le urla dei tedeschi e i pianti dei prigionieri. Sensazioni strane di episodi mai vissuti realmente che nella mia mente erano più vivi che mai. Ho passato in rassegna le baracche e ciò che rimaneva delle camere a gas e dei forni crematori. Come in un film, i miei occhi fungevano da filtro. Quel campo colmo d’erba diventava un terreno macchiato di sangue, di dolore e di morte. Quante cose ha dovuto nascondere quella terra.

Nomi che diventavano numeri. Ogni volto aveva una storia, una vita. Nel silenzio di quel finto paradiso, 70 anni prima, erano state spezzate milioni di esistenze. Adulti e bambini. Ho lasciato Birkenau con l’amaro in bocca. Pensavo continuamente a quelle baracche così scarne e ai corpi scheletrici che ogni notte, invece di trovare il calore di un comodo letto, dovevano dormire su un pezzo di legno. Tutti ammassati.

Ciò che mi ha colpito maggiormente sono stati i resti di una camera a gas, vicino a quelle che ormai sono le “fosse comuni”. Perché mi hanno colpito? Perché quei pochi resti hanno lasciato spazio all’erba e ai fiori. E’ strano vedere come la natura è riuscita a rifiorire dove l’uomo, 70 anni prima, distrusse.

E’ arrivato poi il momento di visitare Auschwitz e il museo che risiede al suo interno. Inutile descrivere il disgusto nel vedere ciò che rimane di tutte quelle persone. Ciocche di capelli, pentole, spazzole, protesi, giocattoli, valigie cariche di speranza… Quella di tornare a casa. Tra tutti gli oggetti, mi ha colpito maggiormente una bambola in porcellana con la testa spaccata. La mia mente cerca vorticosamente di dare una spiegazione, di tirarne fuori una piccola storia. Ed eccola lì. Riesco ad immaginarla. Quella bambina ha un volto, un nome. E’ in braccio a sua madre e tiene quella bambola che le assomiglia vagamente. Arrivano i soldati e cercano di dividere madre e figlia. Ovviamente la prima ha opposto resistenza e questo non è piaciuto molto agli SS che, in pochi secondi, a suon di calci e pugni, stendono la donna a terra, sanguinante, e portano via la bambina. La piccola piange, cerca di divincolarsi dalle braccia degli SS per tornare nelle calde braccia materne, ma non può. Non riesce. Ciò che rimarrà di lei, a distanza di 70 anni, sarà questa sua bambola che ora è riversa a terra, rotta, come la loro piccola famiglia che aveva ancora tanto da vivere.

Per non dimenticare, affinché tutto ciò non succeda MAI PIÙ.

Miriam

 

Riflessioni sulla morte di Priebke

Caro Priebke,
il 29 luglio hai avuto modo di festeggiare il tuo centesimo compleanno.
E’ doloroso pensare che proprio per mano tua 335 persone non hanno più potuto festeggiare il loro “passaggio sulla terra”.
335 persone che non hanno più avuto il diritto di vivere la propria vita, troncata per mano delle vostre menti malate.
Chi ridarà a quelle 335 persone tutto quello che hanno perso? Di certo non tu.
Uomo che non si è mai pentito di quello che ha fatto, ma che ha sempre trovato una giustificazione per tutto. Che poi, con quale coraggio ti sei fatto chiamare “uomo”? Pensi davvero di esserlo?
Il 29 luglio uno “pseudo-nipote” si è presentato sotto la tua dimora con una bottiglia di Champagne in mano per festeggiare.
Ora che sei venuto a mancare vorrei tanto proporlo io un bel brindisi!
Brindo in nome di tutte le persone che hai trucidato.
Il mio popolo, i miei parenti.
Dovremmo essere felici, oggi, visto che la tua ignobile esistenza finalmente è cessata, ma in realtà provo dei sentimenti di rabbia, mista al dolore.
Perché sì, tu sei morto, ma nessuno ci ridarà quelle vite.

Oltre al danno, anche la beffa: ho avuto modo di leggere il tuo “testamento umano e politico”, ma l’unica cosa che ho visto è stata la tua meschinità.
In quel documento si cela un nazista convinto che, a 100 anni, ha ancora il coraggio di revisionare e negare ciò che è successo. Come mai non lo hai fatto in vita e hai aspettato la morte? Di che cosa avevi paura? Delle tue menzogne.
Mi hai fatto venire la pelle d’oca.
E’ dal dopoguerra che ci prodighiamo tutti per ricordare la tragedia avvenuta e poi arrivi tu che con qualche riga cerchi di confutare ciò che è stato.
Così, secondo te, le camere a gas sono tutta una finzione?
E tutti quei cadaveri ammassati per terra?
Tutto quel dolore?
Nei campi di sterminio si respirava la morte che per 6 milioni di persone non è tardata ad arrivare, ma tu che ne sai? hai campato 100 anni.
Il mio pensiero va a mia zia, Settimia Spizzichino, e a quei pochi che hanno fatto ritorno.
Penso a chi aveva paura a raccontare quell’orrore, soprattutto nei momenti in cui ricevevano visita da tutte quelle persone che continuavano a domandare:“Hai visto mio figlio?”, “Hai visto i miei genitori?” etc. etc.
Come lo dici a quelle persone che hai visto e anche troppo?
“Mi spiace, tuo figlio non tornerà”
“L’ultima volta che ho visto tuo padre veniva picchiato a sangue e non si è più rialzato”
“Tua madre l’hanno portata nelle camere a gas”, etc.
Come fai a dirlo? Non puoi. Su questo, molti di loro, hanno preferito il silenzio e tu non potrai mai capirlo.
Oltre ad essere stata una persona malvagia, hai peccato di ignoranza.
La stessa ignoranza che ti sei portato dietro fino alla fine, insieme agli spettri di un passato che non può essere dimenticato.

Non c’è mai fine al male ed è per questo che noi continueremo a difendere il nostro diritto di esistere.
La tua morte è casualmente capitata a pochi giorni dal 16 Ottobre, data in cui grideremo a gran voce che noi NON DIMENTICHIAMO.
Sono passati molti anni dallo sterminio di oltre 6 milioni di persone e, nonostante tutto, c’è ancora qualcuno che si permette di negare o, addirittura, di “proclamarsi” nazista… Come se fosse un vanto.
Proprio per questo motivo dobbiamo unirci tutti nel nostro dolore e trasformarlo in qualcosa di positivo per l’umanità e per il futuro che ancora abbiamo da vivere in pace con il prossimo.

Per quanto riguarda te, Erich, che l’inferno ti accolga tra le sue braccia.
Per te non c’è perdono, io non dimentico.

Miriam