Recensione: "Gli amici silenziosi"

Articolo a cura di Elisa Medaglia

Oggi in questa rubrica letteraria vorrei parlarvi di un libro fantastico, una piccola scoperta che si è rivelata una grande scelta, sto parlando di “Gli amici silenziosi” di Laura Purcell, ex libraia che vive in un’antica città dell’Inghilterra con suo marito. 

Parliamo di un romanzo gotico, uscito nel 2017 ed edito da Dea Planeta nel 2018; ho faticato un po’ per trovare questa perla, perché inizialmente mi colpì la copertina (non si giudica un libro dalla copertina, ma in questo caso sì, e mi è andata bene.) La copertina si presenta bianca, ricca di simboli dorati che richiamano il simbolismo del romanzo, al centro di essa troviamo un buco della serratura, da dove spia un occhio, la cui immagine completa si trova nella prima pagina del libro. Lo vidi, ma non lo comprai, quando mi decisi era terminato e, dopo averlo ordinato, aspettai tre mesi per poterlo avere tra le mie braccia! Finita l’attesa, lo divorai in meno di una settimana. 

“Il fiume sussurrava, un suono liquido, disincarnato. Delle pietre macchiate di muschio formavano un ponte sull’acqua: doveva essere proprio il ponte da cui prendeva nome la casa. Non somigliava a nessuno dei ponti londinesi. Al posto di architettura e ingegneria moderne, Elsie vide arcate diroccate corrose da schiuma e spruzzi. Una coppia di leoni di pietra scoloriti montava la guardia ai due lati del corso d’acqua.” -Elsie

La storia si sviluppa in tre racconti; 1865- Elsie Bainbridge, neovedova incinta, con un passato complicato alle spalle, si ritrova nella casa di famiglia del marito, in compagnia solo della cugina acquisita e della servitù. Esplorando l’immensa casa troveranno “gli amici silenziosi” bizzarri, ed inquietante allo stesso tempo, che disturberanno la tetra quiete trasformandola in momenti di terrore. Un diario, nascosto tra altri libri impolveratati, che narra le vicende, raccapriccianti, accadute proprio in quella casa duecento anni prima, si troveranno a dover subire una forza che inquinerà ancora di più le loro vite.  

1635- Anne, autrice del diario ritrovato, racconta un periodo particolare e inquietante, della sua famiglia, in particolare di sua figlia Hetta.

La terza storia si sviluppa nell’Ospedale di St. Joseph, dove risiede come paziente la signora Bainbridge, non dirò altro. 

Le storie si intrecciano, portando alla luce particolari e colpi di scena, in particolar modo la fine, che lascia senza parole. 

“Nell’istante in cui mi sono svegliata ho capito subito che questa sarebbe stata una giornata piena di conflitti: era scritto nell’aria afosa. Un muro di nuvole escludeva la luce e sui giardini regnava una tensione muta. Il caldo era opprimente. Ho atteso per tutto il giorno che le nubi si aprissero e che il mio mal di capo se ne andasse, ma quelle ancora incombono su di me, come prima. Fuori nulla si muove; la brezza è scomparsa.” 

-Anne

Ho adorato questo libro dalla prima pagina e non l’ho lasciato più. Tra le sue pagine ho ritrovato la bellezza magnetica di Hill House della Jackson, quella leggera e fine inquietudine che passa sotto l’uscio della porta e poi te la trovi davanti agli occhi. Ho amato e odiato i suoi personaggi e, come mi succede sempre con un ottimo libro, alla fine è come se un mio caro amico fosse partito, lasciandomi ricordi e malinconia. 

È un libro che, a parer mio, va riletto dall’inizio appena viene finito, per catturare tutti i dettagli e ogni piccolo movimento dei personaggi, dal momento in cui si è a conoscenza dell’inaspettata fine.  

“Quando finì di leggere, restò chino sulla scrivania, a fissare l’ultima parola. Poi si raddrizzò e appoggiò la schiena, emettendo un suono basso, gutturale. Lei ebbe l’impressione che quel suono le cadesse dentro, come una monetina in un pozzo, e mandasse echi mentre rimbalzava sui lati e attraversava con un tonfo sordo nella profondità del suo stomaco. Fallimento.” –Ospedale St. Joseph

Recensione Libro: “25 grammi di felicità”

Recensione a cura di Elisa Medaglia

Oggi in questa rubrica letteraria vorrei parlarvi dell’ultimo libro che ho letto “25 grammi di felicità” di Massimo Vacchetta e Antonella Tomaselli

Ho sempre adorato i ricci, ma mai avrei pensato di trovare un libro così dolce e così delicato come questo; il libro mi è stato regalato da mia madre, dopo aver visto un intervista di Massimo Vacchetta, in cui parlava con molto entusiasmo del suo Centro Recupero per ricci “La Ninna” e del suo libro, “25 grammi di felicità”.

“Mi piaceva quando Ninna mi guardava: occhietti scintillanti e curiosi. Alzava la testolina verso di me mentre le parlavo. Ascoltava la mia voce. Mi capitò, sull’onda dell’entusiasmo, di cantare addirittura una ninna nanna, o una canzoncina, per lei. Mi piaceva anche quando cercava le mie mani, le mie dita. Mi annusava minuziosamente.”

Questo tenerissimo libro parla della storia di Massimo Vacchetta, veterinario di professione e passione, che si ritrova a dover curare un dolcissimo riccio trovato da una signora e portato ad un collega. Vacchetta non è abituato ad animali piccoli, se non con nozioni basilari, e così per lui l’incontro con Ninna diviene una vera e  propria  avventura, una dolcissima storia d’amore. Con l’aiuto di Giulia, esperta di ricci trovata dal protagonista su un forum per ricci in un momento di agitazione, riesce ad allevare questo piccolo riccio rimasto solo al mondo. Nel corso della storia Vacchetta darà vita a quello che oggi è il Centro Recupero Ricci “La Ninna”, in provincia di Cuneo. 

“La notte si fece silenziosa. Si sentiva solo il battito del mio cuore. No…si sentiva anche qualcos’altro: il cuoricino di Ninna, vicino al mio, batteva altrettanto forte e velocemente. All’unisono. Cuore a cuore: TUM, TUM, TUM.”

Ho trovato questo libro, come ho già ripetuto, di una dolcezza infinita; ho sempre amato i ricci e questo libro ha dato libero sfogo a tutto l’amore che provo per questi animaletti. Si legge in fretta, è scorrevole e la scrittura e veloce e discorsiva. Un magnifico racconto, una storia vera, che tiene incollati al libro, dalla prima all’ultima pagina, con un finale inaspettato. 

“Il Centro Recupero Ricci –La Ninna- ormai era attivo. Arrivavano riccetti da tutte le parti. Soprattutto cuccioli, ma anche adulti feriti. Cominciava a diventare impegnativo seguirli tutti. Per fortuna c’era qualche volontario che mi dava una mano. In che modo trovavo persone disponibili? Bè, allora succedeva così, per caso.”

Ho discusso di questo libro al club del libro a cui partecipo in biblioteca e alcune delle partecipanti hanno trovato molto interessante questa storia, tanto da comprare ai propri nipoti e figli il libro. Nell’incontro successivo mi hanno raccontato, con molto entusiasmo che, a chi era stato regalato, è piaciuto tantissimo e ne sono rimasti davvero molto colpiti; anche qualcuna di loro ha letto il libro ed il responso è stato positivo. Consiglio vivamente questo libro, anche per spezzare un po’ la vita frenetica di tutti i giorni e addolcirci la giornata con un magnifico racconto. 

“La voce di Ninna è quella di tutta la natura oltraggiata dall’uomo. 

È il pianto di un bosco tagliato. 

È il lamento della biodiversità martoriata.

È il biasimo a orde di pirati che predano senza freni un pianeta già troppo isolato.

È il grido che vuole scrollate l’indifferenza.

È l’invocazione d’aiuto che tutti dovremmo ascoltare.

Perché la vita di tutti possa continuare. 

Non mi interessa avere belle case e belle automobili ed essere il più furbo. Non è la mia idea di felicità. Io vorrei solo continuare a inseguire i miei sogni, a cui ho tolto le briglie. E acchiapparli nei loro giardini. E con cura farli fiorire. Per poi regalarli. 

I miei sogni rispondono alla voce di Ninna.

Lei, la mia prima ricciolina…”

“La mia vita da zucchina”, un libro per grandi e piccini!

Recensione a cura di Elisa Medaglia

Oggi in questa rubrica letteraria vorrei consigliare una lettura per ragazzi. Io l’ho letto da adulta e proprio per questo lo consiglio vivamente anche ad un pubblico più grande.

Parliamo di “La mia vita da Zucchina”, dalla penna dello scrittore francese Gilles Paris, edito nel 2016 da Edizioni Piemme, nel 2018 da Mondadori libri ed in fine, l’edizione che ho letto, sempre nel 2018 da Edizioni Pickwick. 

“Il venerdì, dopo la merenda, vado dalla psicologa. La signora Colette mi fa vedere dei disegni a inchiostro nero e io devo dire cosa mi fanno venire in mente, oppure mi dà del pongo e ci faccio quello che voglio. Nel suo diario, ci sono anche delle matite colorate e se mi stufo posso disegnare. Una volta ho provato a disegnare il teatro delle marionette.”

“La mia vita da Zucchina” racconta la storia di Icaro, soprannominato Zucchina dalla mamma. Un bambino di 9 anni il cui papà è andato via da casa con un’altra donna e lui e la mamma, rimasti soli, cercano di tirare avanti tra le difficoltà economiche e morali della mamma che ha problemi di alcol e depressione. Icaro si sta crescendo da solo perché la madre è spesso davanti alla tv con una birra in mano e quando gli parla non sposta neanche lo sguardo. Un tragico incidente cambierà totalmente la loro vita. Icaro condividerà la propria esistenza con altri bambini, con varie problematiche e con un infanzia agghiacciante. Qui troverà in loro e in altre figure professionali una grande famiglia, tra cui il generoso gendarme Raymond.  

“E poi, come se non avessimo avuto abbastanza emozioni, la mamma di Beatrice è venuta a trovarla alle Fontane. Beatrice non smetteva di dire che il sole è nel suo cuore e noi siamo tutti contenti di vederla sorridere, con il suo bel sorriso di denti bianchi senza il pollice dentro. Da quando sa che la sua  mamma viene per davvero, prende la forchetta e mangia con appetito, e Rosy è tutta orgogliosa del cambiamento. Soltanto che la mamma di Beatrice non è venuta da sola. Ha una pistola nella borsa. Pensa che Rosy l’abbia sostituita nel cuore delle sua piccola. E non c’è più il sole quando Beatrice corre fuori dall’ufficio gridando a Rosy –Nasconditi, la mamma vuole ucciderti!- “

Questo libro mi ha preso davvero molto. Mostra la realtà vista dagli occhi dei bambini. Anche il genere di scrittura risulta infantile, ma è proprio questa la particolarità di questo libro. Il racconto fa intuire come i bambini reagiscono a determinate situazioni e come affrontano alcune problematiche molto gravi. Consiglio questo libro, oltre che ai ragazzi, anche agli adulti perché fa riflettere molto, ci mette di fronte a situazioni purtroppo quotidiane che si sentono nei telegiornali.

Fate leggere questo libro ai ragazzi, leggetelo voi, affinché i bambini futuri non debbano sopportare quello che hanno passato i bambini prima di loro. 

“E lontano vedo il mare e non sto più nella pelle. L’ho visto in un mucchio di film, però non era uguale. La mamma non ha mai voluto portarmi al mare. Diceva che costava troppo e che era troppo pericoloso a causa del figlio della signora della fabbrica che era stato girato nell’onda un po’ come la lavatrice. E’ immenso il mare. Non è colpa mia se in tele tutto sembra piccolo. Devo essere l’unico bambino che non conosce il mare. Cammino sulla sabbia e sprofondo un bel po’ e ne ho le scarpe piene.”

Alda Merini raccontata da Elisa Medaglia

Articolo a cura di Elisa Medaglia

Oggi vorrei parlare di una poetessa italiana contemporanea, Alda Merini.  Mi sono sempre interessata alla vita di Alda (come se fosse una mia parente), ho scritto la tesina delle superiori su di lei, prendendo spunto dalla sua vita, tra la realtà del manicomio, le sue fantasie e modi particolari di vivere la vita quotidiana. Ho iniziato ad interessarmi e a scrivere poesie proprio grazie alle sue particolarità, fin da piccola rimasi affascinata da questa donna fragile che senza rendersene conto è provvista di una grinta immensa che le da la possibilità di scrivere la realtà su quella che fu la sua vita, tra amore, erotismo, follia e paura. Alda nasce in una famiglia tranquilla a Milano il 21 marzo “insieme alla primavera” come a lei piaceva definire, la sua vita fu burrascosa e per nulla banale, proprio perché Alda non era una donna insolita, circondata da un mondo tutto suo, adorava truccarsi, portare lo smalto rosso, fumare e farsi fotografare anche in pose molto eccentriche. La sua casa, dove si possono rintracciare delle foto sul web, era il tempio della sua unicità e particolarità; il muro con tutti i contatti di amici e conoscenti scritti con il rossetto rosso, i comodini e mobili pieni di effetti personali, creando  una catasta di oggetti a lei utili e la camera da letto che era per lei tutto il suo mondo. 

Io ero un uccello

dal bianco ventre gentile,

qualcuno mi ha tagliato la gola

per riderci sopra

non so.

Io ero un albatro grande

e volteggiavo sui mari.

Qualcuno ha fermato il mio viaggio,

senza nessuna carità di suono.

Ma anche distesa per terra

io canto ora per te

le mie canzoni d’amore.

Alda fu una poetessa originale, che scrisse le sue poesie di getto, senza costruzioni né schemi, i suoi temi, temi che ognuno di noi si trova ad affrontare ogni giorno, e la particolarità con cui ci mette davanti alla realtà, ci fa apprezzare la bellezza della libertà, proprio lei che dal 1965 venne chiusa in manicomio per quasi quindici anni, subendo innumerevoli elettroshock, qui Alda inizia a capire cos’è veramente la libertà e la dignità umana, infatti, uscita dal manicomio, dopo un lungo silenzio, racconta la sua esperienza di reclusione, parla della dignità perduta e delle sue ali, che vennero tarpate dall’entrata nell’ospedale psichiatrico. Nelle sue poesie la sofferenza, l’amore, l’amicizia sono palpabili, ed è riuscita ad esprimersi al meglio trasportandoci nel suo mondo, facendo sentire sulla nostra pelle quello che ha provato lei, rendendola una donna senza tempo e immortale; Alda fu definita: “un’araba fenice, risorta dalle ceneri.” 

Alda fu sempre circondata dagli amici e dall’amore, ha avuto qualche periodo di smarrimento, in cui si è chiusa in se stessa, ma negli ultimi tempi ha frequentato un’innumerevole volta di artisti, molte sono le sue interviste che si possono rintracciare su youtube. 

In questi ultimi giorni ho trovato su internet il sito web di Alda Merini gestito dalle figlie, in cui parlano di Alda come scrittrice e madre. 

Le opere della Merini sono innumerevoli, ne sono state tratte canzoni e le sue poesie sono state interpretate a teatro, le sue raccolte ancora oggi vengono lette e citate; Alda è e resterà sempre una delle più grandi poetesse di tutti i tempi. 

Non ho bisogno di denaro,

ho bisogno di sentimenti.

Di parole, di parole scelte sapientemente,

di fiori, detti pensieri,

di rose, dette presenze,

di sogni, che abitino gli alberi,

di canzoni che faccian danzar le statue,

di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti…

Ho bisogno di poesia,

questa magia che brucia le pesantezza delle parole,

che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.